Isola di Santo Stefano: la filosofia del carcere

Tra le isole che fanno parte dell’arcipelago ponziano c’è anche l’Isola di Santo Stefano, la più piccola fra tutte.
L’isola, come le altre, è di origine vulcanica e misura circa 500 m di diametro, con un’estensione di 27 ettari.
Santo Stefano è sempre stata scarsamente abitata, specie per via delle sue coste ripide e frastagliate che ne consentono l’approdo solo da 4 punti, da scegliere a secondo  dei  venti.
Attualmente l’isola è completamente deserta ed è, insieme a Ventotene, una riserva naturale statale.
Santo Stefano è sempre stata conosciuta come l’Alcatraz italiana, per via del carcere che, nonostante sia stato abbandonato da più di 50 anni, risulta ancora l’unica costruzione dell’isola.

La struttura fu estremamente voluta da Ferdinando I delle Due Sicilie per separare i detenuti dal resto della società e progettata da Antonio Winspeare,  ingegnere al servizio del Regno, che si avvalse della collaborazione di Francesco Carpi, un architetto che decise di ispirarsi ai principi illuministici propugnati dal filosofo inglese Jeremy Bentham, secondo il quale la mente verrebbe dissuasa dal fare del male solo grazie alla consapevolezza di essere costantemente sotto controllo.
Il principio benthamiano venne sviluppato dallo stesso filosofo attraverso un modello di carcere ideale che venne denominato Panopticon (dal greco pan= tutto e opticon= essere dotato di vista) e prevedeva che tutti i detenuti, rinchiusi nelle proprie celle disposte a semicerchio, potessero essere individualmente sorvegliati da un unico guardiano posto in un corpo centrale, senza peraltro sapere se fossero in quel momento osservati o meno.
Carpi, che sembrava avere le stesse convinzioni del filosofo inglese, costruì il carcere e decise di installare sull’ingresso l'iscrizione Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis victa tenet, stat res, stat tibi tuta domus (Fino a che la santa giustizia - identificata attraverso il nome della dea greca della giustizia, Temi - tiene in catene tanti esemplari di scelleratezza, resta salda la tua proprietà, rimane protetta la tua casa), perché fermamente convinto, come anche Bentham aveva scritto, che attraverso questa struttura architettonica sarebbe stato possibile raggiungere un fine etico e morale, coniugando caratteristiche tecnologiche, ambientali, costruttive e sociali.
I lavori cominciarono tra il 1792 ed il 1793: la struttura originaria dell’ergastolo era a forma di ferro di cavallo, chiusa anteriormente da un avancorpo con un cortile centrale e due torri cilindriche poste lateralmente. Lungo il perimetro interno, attraverso loggiati continui, si aprivano le celle, originariamente disposte su due piani, destinati poi a diventare tre per ordine dal re, che nel 1795, chiese a Carpi di aumentare il numero delle celle per i reclusi. Ognuna di queste celle misurava 4.50 m per 4.20 m ed aveva una finestrella senza vetri che dava all’esterno, larga un palmo e alta tre dita, e una copertura a volta, a botte per il piano terra e romana per i piani superiori, preceduta da un arco ribassato esterno, che inquadrava la porta e la finestra di ciascuna cella.
Ogni piano era diviso in 33 celle, per un totale di 99, di cui undici all’ultimo piano erano destinate ad uso ospedale ed erano le uniche ad avere finestre più ampie, seppur ferrate e sigillate da una lastra di vetro, dal quale si intravedeva la vicina isola di Ventotene .
Le celle del piano terra erano destinate per metà ai “condannati ai ferri”, ovvero coloro che necessitavano di essere incatenati, ma erano gli unici a cui era concesso uscire nel cortile, mentre l’altra metà veniva occupata dai pregiudicati più violenti.
Il secondo piano era occupato dagli ergastolani più irrequieti, mentre al terzo venivano reclusi coloro che avevano dimostrato pentimento o rassegnazione.
Al centro del cortile vi era una cappella per la messa alla quale i detenuti potevano assistere dall’interno delle loro celle, in quanto, per via della struttura a semicerchio, si poteva godere di un’acustica perfetta.
Questo permetteva anche alle guardie carcerarie di ascoltare ogni parola dei detenuti senza uscire dalla torretta centrale.
Il carcere di Santo Stefano presenta veramente molte analogie con l’utopico panottico del celebre filosofo inglese, ma all’atto pratico, furono diverse le accortezze che non vennero mai messe in pratica affinché la filosofia benthamiana fosse rispettata.
La struttura del panottico di Carpi non permetteva infatti alla luce di penetrare all’interno delle celle, mentre nelle scritture di Bentham è un elemento necessario per illuminare le menti compromesse dei penitenti, come la riflessione, che poteva avvenire solo attraverso l’isolamento, pratica che non venne mai considerata in quanto ogni cella ospitava dai sei agli otto detenuti, ma ciò che di più differisce tra i due modelli è l’idea di lavoro.
Bentham scrisse i suoi pensieri durante la rivoluzione industriale ed era fermamente convinto che il lavoro fosse il volano della trasformazione interiore, proprio in un momento in cui stava diventando un privilegio di pochi, e nella sua descrizione di carcere ideale viene descritto come unico mezzo per redimere l’anima: il Panopticon, attraverso il lavoro avrebbe potuto influenzare la psiche del detenuto, indirizzandolo verso la redenzione, mentre nel modello voluto da Carpi ogni diritto del detenuto si annienta e con esso ogni possibilità di redimersi, in quanto non gli era concesso nessun tipo di attività.
Il carcere di Santo Stefano restò in uso per quasi due secoli e nel corso degli anni fu protagonista di numerose rivolte: le prime dopo pochi anni dall’apertura, quando fu spedita sull’isola la massa dei moti rivoluzionari, un’altra, forse la peggiore, nel 1860, quando gli 800 carcerati, tutti camorristi della Bella Società Riformata, esiliati dal governo borbonico, presero il controllo del carcere ed istituirono la cosiddetta Repubblica di Santo Stefano, durata però solo poche settimane.
Durante il Ventennio fascista la struttura venne utilizzata per la collocazione di dissidenti politici, tra cui anche Sandro Pertini, che successivamente divenne Presidente della Repubblica Italiana, per poi riprendere la sua funzione di ricetto di delinquenti comuni, fino a che non venne chiuso definitivamente nel 1965.
Da allora la struttura, unico esempio architettonico in Italia dei principii del Panopticon, è andata incontro ad una lenta e progressiva decadenza. Negli anni si sono alternati alcuni progetti di recupero, ivi compresa un'iniziativa privata che mirava a trasformarlo in struttura alberghiera, ma tutti sono rimasti senza esito fino a che il 30 gennaio 2016, durante una visita dell’allora presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi, del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, il Governo ha annunciato un piano di recupero e di riutilizzo del carcere in un'ottica europeista: il governo ha infatti deciso di farne un museo ed un centro per stage universitari.
L’inizio dei lavori, per i quali sono già stati stanziati 80 milioni di euro, è previsto entro la fine dell’anno, in occasione delle celebrazioni per il trentennale della morte di Spinelli.

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